OLTRE L’AMICIZIA
esperienzanuova7375
Enza non era un incontro organizzato su un sito, né una sconosciuta conosciuta tra le luci di un privé. Era la mia amica. Quella con cui uscivo quasi ogni mattina per prendere un caffè, con cui commentavo le piccole seccature della giornata, ridevo delle stesse sciocchezze e dividevo confidenze che non avrei affidato a chiunque. Ci conoscevamo nella vita ordinaria, quella senza scenografie, dove si va di fretta, si parla del tempo e si dà per scontato che le persone occupino sempre il posto che abbiamo assegnato loro.
Forse fu proprio questo a rendere ciò che accadde tanto diverso. Non stavo cercando un'altra esperienza da aggiungere alle precedenti. E non c'era Roberto a condividere l'attesa, a incoraggiarmi o a raccogliere immediatamente il racconto. Per la prima volta, davanti a un'amica, la scelta sarebbe appartenuta soltanto a me. E con quella scelta avrei dovuto misurarmi anche il giorno dopo, davanti alla donna con cui, fino al venerdì precedente, avevo preso il caffè come sempre.
Negli anni che seguirono, fra noi non ci furono più occasioni per l’intimità. Ma è a quella prima volta che torno quando penso al momento in cui un'amicizia smise, per una notte, di essere soltanto un'amicizia. La cosa più singolare è che tutto cominciò in una mattina assolutamente normale. Quel sabato mattina mi svegliai finalmente rigenerata dopo le fatiche di un'intera settimana di lavoro. Il lieve ticchettio della pioggia contro i vetri aveva accompagnato il mio sonno, cullandomi fino a un'ora insolitamente tarda. Quando aprii gli occhi, mi sentivo profondamente riposata, come se il corpo avesse finalmente reclamato e ottenuto il tempo necessario per recuperare. L'idea di trascorrere la giornata tra le mura di casa, mentre fuori il cielo si abbandonava alla pioggia, non mi dispiaceva affatto. Anzi, mi sembrava il premio perfetto dopo giorni vissuti a un ritmo frenetico. Quel fine settimana rappresentava il giusto equilibrio tra il dovere e il bisogno di fermarsi. E, cosa tutt'altro che trascurabile, quella mattina regnava un silenzio quasi irreale: niente trambusto dei miei figli, nessuna delle consuete lamentele di mio marito a interrompere quella pace inattesa.
Con calma mi preparai una colazione abbondante. Mentre aspettavo che il caffè finisse di salire nella moka, assaporando quel raro momento tutto per me, dissi con un sorriso: «Alexa, musica relax!» Partì uno dei brani della raccolta “Café del Mar” e una melodia morbida e avvolgente si diffuse nella stanza, accompagnando con discrezione ogni mio gesto. Quasi nello stesso istante, il profumo intenso del caffè appena fatto iniziò a riempire la casa, intrecciandosi con l'odore della pioggia che filtrava dalle finestre socchiuse. Per qualche istante mi fermai ad assaporare quella piccola magia: la musica, il calore della cucina e l'aroma dell'espresso trasformavano una semplice mattina di pioggia in un rifugio di quiete.
Per proseguire quella giornata nella stessa atmosfera di serenità, decisi di preparare una torta mimosa. Era l'otto marzo e, più che per celebrare la Festa della Donna, sentivo il desiderio di dedicarmi a un piccolo gesto di cura: un dolce da portare in tavola dopo pranzo, come un rito domestico capace di regalarmi un senso di pace. Ben presto la cucina si riempì di profumi familiari. Lo zucchero, la vaniglia e la scorza di limone si mescolavano nell'aria, mentre il rumore regolare della frusta accompagnava il sottofondo musicale. Ogni movimento aveva un ritmo lento, quasi meditativo. Era come se il tempo avesse deciso di rallentare per concedermi quella parentesi di quiete, lontana dalle incombenze quotidiane.
Fu allora che il suono improvviso del citofono squarciò quel fragile equilibrio. Sobbalzai. Non ricevevo quasi mai visite inattese e, d'istinto, pensai che potesse trattarsi del postino. Mi pulii distrattamente le mani sul grembiule e raggiunsi il videocitofono. Sul piccolo schermo, però, non riuscii a distinguere con chiarezza chi si trovasse davanti al cancello. L'immagine era sfocata, disturbata dalla pioggia che continuava a cadere e dall'umidità che appannava l'obiettivo. Si intravedeva soltanto una sagoma immobile sotto l'acqua, indistinta, quasi irreale, come se appartenesse più a un ricordo che alla realtà.
Rimasi a fissarla per qualche secondo, con la mano sospesa sul pulsante di apertura. Non c'era alcun motivo per sentirmi inquieta, eppure il cuore aveva cominciato a battere più forte, come se stesse cercando di avvertirmi di qualcosa che la mente non riusciva ancora a comprendere. «Chi è?» domandai, cercando di dare alla voce una sicurezza che, in quel momento, non provavo affatto. Dall’altra parte arrivò solo un fruscio, come di pioggia più intensa o di un microfono disturbato. Poi, una voce bassa, quasi esitante: «Sono io! Sara, posso salire?»
Aggrottai la fronte. Non avevo riconosciuto quel timbro, eppure c’era qualcosa di familiare, un’eco lontano che non riuscivo ad afferrare. Guardai di nuovo lo schermo: la figura si mosse appena, e per un attimo il volto sembrò emergere dalla patina d’acqua, ma subito tornò indistinto. Il profumo del caffè, ormai pronto, si diffuse alle mie spalle, caldo e rassicurante, in contrasto con quel senso improvviso di inquietudine. Ripensai alla torta in cucina, al gesto semplice e tranquillo con cui avevo iniziato la giornata. Tutto, fino a pochi minuti prima, era stato perfettamente ordinario. «Chi è?» replicai.
Dall'altoparlante arrivò una voce gracchiante, resa metallica dal citofono e dalla pioggia. «Sara ti disturbo? Sono Enza, mi puoi aprire per favore?»
Nella sua voce colsi una nota d'urgenza che mi fece esitare appena un istante. «Enza? Ma che ci fai sotto quest'acqua?» chiesi, finalmente sollevata.
«Te lo racconto appena salgo. Sono fradicia e ho bisogno di un favore.»
«Sali, certo. E non stare un minuto di più là fuori», risposi, premendo subito il pulsante di apertura.
Mentre l'ascensore saliva, corsi in camera a infilare qualcosa di più presentabile del pigiama. Mi sistemai in fretta i capelli con le dita e, passando davanti allo specchio dell'ingresso, mi concessi una rapida occhiata. Non ero certo impeccabile, ma abbastanza in ordine da ricevere una visita inattesa. Aprii la porta e rimasi senza fiato. Enza era immobile sullo zerbino, completamente fradicia. Gocce d'acqua cadevano dai suoi vestiti formando una piccola pozza ai suoi piedi, come se fosse appena uscita da una doccia fatta con gli abiti addosso.
Il giubbotto leggero e i jeans, impregnati d'acqua, aderivano al suo corpo, mentre i ricci biondi, appesantiti dalla pioggia, incorniciavano un volto di una bellezza sorprendente. Aveva lineamenti delicati ma decisi e uno sguardo luminoso che, anche in quel momento, conservava un fascino magnetico. Mi aveva sempre ricordato Afef Jnifen, la modella tunisina: la stessa eleganza naturale, lo stesso portamento raffinato, ma soprattutto quella spontaneità capace di mettere chiunque a proprio agio. Era una di quelle persone che attiravano l'attenzione senza mai cercarla, semplicemente entrando in una stanza.
Mi rivolse un’occhiata implorante: «Sono uscita a piedi senza ombrello e l’ho presa tutta. Ho pensato…»
Non la lasciai finire. «Ma certo, vieni dentro!»
Fece un vago tentativo di pulirsi le scarpe sullo zerbino, poi varcò la soglia e io la accolsi con un sorriso. «Ti posso prestare degli abiti asciutti», le dissi. Lei si fermò appena oltre la porta, esitante, quasi timorosa di avanzare, sebbene non fosse certo la prima volta che entrava in casa mia. «Puoi anche farti una doccia…se vuoi» la esortai con naturalezza.
La osservai mentre si sfilava lentamente il giubbotto ancora grondante d’acqua, e lo appoggiava con cura sopra il portaombrelli. Sotto indossava una semplice maglietta bianca, che aderiva al corpo come una seconda pelle. Il tessuto, ormai trasparente, lasciava intravedere un reggiseno di pizzo e, più sotto, il disegno appena accennato dei suoi capezzoli, erti per il freddo. Per un istante rimasi a guardarla in silenzio, il tempo sembrò rallentare, sospeso tra il rumore della pioggia e il silenzio improvviso della casa. Non vi era nulla di apertamente provocante in quella scena, eppure possedeva una sensualità spontanea, quasi involontaria, che rese l’aria improvvisamente più densa.
Il mio sguardo cadde lì, su quelle sue forme rotonde che tanto le invidiavo. «Ti porto un asciugamano.» Lo dissi d'istinto, quasi temendo che il mio imbarazzo potesse metterla a disagio. Mi allontanai solo per pochi istanti e, quando tornai, la trovai intenta a liberarsi degli abiti ormai bagnati. Ora i suoi capezzoli rosa fecero capolino tra i pizzi del tessuto della biancheria intima. La maglietta era appoggiata sullo schienale di una sedia. Enza mi rivolse uno sguardo riconoscente mentre prendeva l'asciugamano dalle mie mani. Si chinò per slacciarsi le scarpe e i suoi lunghi ricci, ancora gocciolanti, le ricaddero sul viso. Con movimenti lenti, quasi inevitabili, si sfilò le scarpe, poi aprì il bottone dei jeans e iniziò a liberarsi anche di quelli.
La pioggia aveva attraversato ogni strato dei suoi vestiti, che le aderivano alla pelle come una seconda epidermide, lasciando intuire la silhouette con una naturalezza quasi disarmante. Distolsi lo sguardo per un istante, sorpresa più dalla mia stessa reazione che dalla scena davanti ai miei occhi. C'era qualcosa di profondamente vulnerabile in quella donna che, gocciolante e infreddolita, si spogliava non per sedurre, ma semplicemente per sottrarsi al gelo. Fu in quell'istante che compresi quanto la pioggia l'avesse sorpresa e quanto dovesse essersi affrettata per arrivare fino qui.
Ella sollevò verso di me uno sguardo in cui si mescolavano fragilità e qualcosa di più difficile da definire. Per un istante mi parve di cogliervi una luce diversa, sfuggente, quasi una complicità silenziosa che mi colse impreparata. Fu allora che tornai a riflettere sul fascino che aveva sempre esercitato su di me. Forse era anche per quella vaga somiglianza con quella modella che avevo sempre associato a lei: non tanto per i lineamenti, quanto per quella capacità naturale di attirare gli sguardi senza doverli cercare.
Enza possedeva un fascino magnetico, e in sua compagnia avevo spesso avuto la sensazione che anche io, in qualche modo, uscissi dall’ombra. Eravamo diverse, quasi opposte, eppure accomunate da quella strana consapevolezza di essere osservate, desiderate, interpretate dagli altri. Entrambe eravamo abituate agli sguardi degli altri, a quell'attenzione che talvolta lusinga e talvolta pesa. La nostra bellezza possedeva un magnetismo naturale, quasi avesse la capacità di richiamare gli sguardi come il miele attira le api. Gli occhi avidi degli uomini ci seguivano con una curiosità che oscillava fra l'ammirazione e il desiderio, e quella silenziosa adorazione finiva, inevitabilmente, per solleticare anche la parte più nascosta e trasgressiva della nostra natura.
Negli anni avevamo scherzato spesso sul potere ambiguo della bellezza, sulle fantasie che suscita e sulle illusioni che alimenta. Erano conversazioni leggere, nate per gioco, ma che a volte sfioravano territori più profondi di quanto fossimo disposte ad ammettere. Ci divertivamo a indugiare in conversazioni licenziose, alimentando fantasie che sapevamo appartenere più al regno dell'immaginazione che a quello della realtà. Ridevamo di desideri improbabili, di uomini eleganti e raffinati, di scenari che avevano più il sapore della trasgressione estetica che della realtà. Erano giochi verbali, confessioni sospese tra ironia e curiosità, destinate a dissolversi nell’aria. Erano, tuttavia, soltanto confessioni sussurrate tra un sorriso e l'altro, giochi di parole pronunciati con leggerezza, vane divagazioni destinate a dissolversi nell'aria.
Forse era proprio questo che mi affascinava di Enza: la sua sfrontatezza naturale, quella capacità di attraversare certe soglie senza esitazione. Io, invece, ero sempre rimasta sulla soglia, trattenuta dalla prudenza, dal decoro, dall’immagine che avevo costruito di me stessa. Mentre la osservavo, mi sorpresi a formulare un pensiero che fino a quel momento avevo sempre lasciato ai margini della coscienza. Non si trattava soltanto di curiosità, né di semplice ammirazione. Era il desiderio di comprendere qualcosa di me stessa attraverso di lei. Se mai avessi deciso di oltrepassare certi confini interiori, la libertà di esplorare ciò che avevo sempre lasciato nell’ombra: concedermi, almeno per una volta ad una donna, e se davvero avessi voluto fare quell’esperienza, pensai, forse Enza sarebbe stata la persona giusta. Non per impulso o trasgressione, ma perché mi sentivo al sicuro con lei. Perché la conoscevo. Perché, in qualche modo, mi vedeva per quella che ero davvero.
Rimasi immobile per alcuni secondi, assorta in quei pensieri inattesi. L'asciugamano pendeva ancora dalle mie mani. Mi accorsi di essermi allontanata dalla stanza, trascinata dentro quel pensiero come in una corrente silenziosa. La pioggia fuori continuava a battere contro i vetri, ma io non la sentivo più.
«Sara?» disse Enza, con una voce più dolce del solito. «Stai bene? Mi guardi come se fossi sparita e tornata tutta insieme».
Le sue parole mi riportarono di colpo alla realtà. Sbattei le palpebre, quasi sorpresa di ritrovare la cucina, la pioggia, l’odore del caffè e lei davanti a me, ancora umida, ancora presente.
«Scusami», mormorai, cercando di sorridere. «Mi ero persa nei pensieri.»
Enza inclinò appena la testa, osservandomi con quell’espressione curiosa che sembrava intuire più di quanto io fossi pronta ad ammettere. Poi prese l’asciugamano dalle mie mani e disse con leggerezza: «Allora torna qui. Ho davvero bisogno di asciugarmi prima di trasformare casa tua in una piscina.»
«Mi prepari del caffè?» chiese accennando un sorriso stanco. «Credo di essermi congelata là fuori.»
«Va bene.»
«Grazie», mi rispose e aggiunse: «mi farei volentieri una doccia. Posso?»
«Certo» mentre la indicai la porta del bagno.
Il fragore della doccia si fondeva con il picchiettare della pioggia che scrosciava implacabile contro i vetri, creando una sinfonia d'acqua che saturava l'aria di elettricità. Quel rumore ossessivo mi spinse, quasi mio malgrado, a varcare la soglia del bagno. L’immagine mentale della sua pelle nuda, imperlata di gocce sotto il getto caldo, mi attraversò come una scarica elettrica, accendendo un desiderio violento e viscerale. Mi avvicinai fino a sfiorare la superficie fredda della porta, sentendo il respiro farsi corto, ma all’ultimo istante, preda di un’esitazione, feci un passo indietro, lasciando che la tensione rimanesse sospesa, vibrante e insaziata.
Quando la sentii uscire dal bagno, non riuscii a trattenermi e le andai incontro nel corridoio, la trovai avvolta nell’asciugamano, rendendomi conto che non le avevo ancora dato un cambio e mi affrettai ad andare in camera. Le portai un paio di pantaloni aderenti, una maglietta che le avrebbe valorizzato la figura e un completo di biancheria pulita. Lei prese i vestiti, ma quando vide anche l'intimo lo sollevò appena tra le dita, poi me lo porse di nuovo.
«Questo non mi serve», disse con un sorriso appena accennato.
Era un sorriso difficile da decifrare: sospeso tra l'ironia e una malizia sottile che sembrava divertirsi del mio crescente imbarazzo. I nostri sguardi si incrociarono per un istante di troppo. Ebbi la sensazione che avesse intuito il disordine dei miei pensieri e che, invece di sottrarsi, avesse deciso di alimentarlo. Prima che riuscissi a trovare qualcosa da dire, mi sfiorò appena la mano con la punta delle dita, richiuse la porta della stanza con un gesto lento e mi lasciò sola nel corridoio, con l'intimo ancora tra le mani e il cuore che batteva inspiegabilmente più forte.
Rimasi immobile per qualche secondo, fissando quella porta chiusa. Mi sorpresi a domandarmi se quel sorriso fosse stato soltanto un gioco o un messaggio che avevo sempre desiderato ricevere e non avevo mai avuto il coraggio di interpretare. Poi, finalmente, la sentii uscire dal bagno e mi raggiunse in cucina. «Che buon profumo!» Esclamò alla vista del caffè caldo nella tazzina. Un sorriso giocoso le fece spuntare una fossetta irresistibile sul suo viso. Si avvicinò e mi diede un bacio sulla guancia. «Mi sa che mi è andata bene a trovare rifugio a casa tua.»
....Omissis..........
Gli OMISSIS sono stati inseriti per oscurare una parte di storia e per il finale. Potrete tovare tutto il racconto sul libro in uscita tra poche settimane: "SENZA CHIEDERE IL PERMESSO - TRA SCAMBIO DI COPPIA, DESIDERIO E LIBERTA' SESSUALE".
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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